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Antichi Astronauti

DALLO ZEP TEPI AI “SEGUACI DI HORUS”, QUANDO L’EGITTO ERA GOVERNATO DAGLI DÈI

Haran

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Tempio di Edfu, l’arrivo dei compagni di Horus

 

Prima del dominio dei faraoni e dell’unificazione dell’Alto e Basso Egitto da parte del leggendario sovrano Narmer, prima ancora della dinastia “0” (zero) e del Regno predinastico, gli dèi, i Neteru, governavano le antiche terre d’Egitto durante lo “Zep Tepi”.

Lo Zep Tepi, noto anche come “il primo tempo“, è una ricostruzione storica tramandata dagli egizi in cui viene narrata la storia dei regnanti, divini e umani, che colonizzarono in un’epoca ancestrale l’antico Egitto, prima del dominio vero e proprio dei Faraoni e della cronologia comunemente tramandata a scuola, e cioè quella che farebbe risalire la nascita dell’Egitto “solo” al 3100 a.C., mentre la storia dello “Zep Tepi” rimanda a una cronologia ben più remota, “mancando all’appello” così ben 27.000 anni! Ma andiamo con ordine.

 

Il tempio di Horus a Edfu, sulle cui pareti sono incise le cronache dell’antica battaglia tra i compagni di Horus e i seguaci di Seth

 

L’epoca dello “Zep Tepi” viene citata soprattutto nel “Papiro di Torino, nella “Pietra di Palermo” e in altri antichi e importantissimi testi egizi, e viene riportato nelle cronache di molti storici antichi che vissero e visitarono l’Egitto più di 2.000 anni fa.

Di quest’epoca ancestrale parlò ad esempio Manetone (Sebennito, inizio III secolo a.C. – …) storico e sacerdote egizio che visse durante il regno di Tolomeo I e Tolomeo II. Egli – e come vedremo anche molti altri dopo di lui – riferì della presenza di antichi e potenti sovrani di natura divina e semi-divina che civilizzarono e governarono l’Egitto sotto forma di faraoni, come menzionato nel suo lavoro “Aegyptiaca” (“Storia dell’Egitto”).

Secondo la mitologia egizia, Geb e Nut procrearono Osiride, Iside, Seth e Nephtis. Osiride e Iside a loro volta generarono Horus, l’ultimo sovrano della dinastia divina celeste. Questa vicenda, riportata anche da Manetone, è nota con il termine greco di “Enneade”.

Secondo lo storico greco Eusebio di Cesarea (265-340, vescovo e scrittore greco), che cita gli scritti di Manetone, la primordiale civiltà egizia può essere suddivisa in quattro dinastie, due di origine divina, una composta da semidèi e una quarta di faraoni mortali.

DESCRIZIONE DELLO “ZEP TEPI”

Nella fila in alto sono rappresentati i primi dieci “Neteru” (divinità) che colonizzarono e governarono poi l’Egitto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eusebio, citando Manetone, dà inizio alla civiltà egizia ben nel 30.544 a.C., una data molto remota rispetto alla cronologia a cui siamo abituati comunemente a pensare, e la sua nascita viene fatta risalire a 7 grandi e potenti dèi, i “Neteru”: Ptah, Ra, Shu, Geb, Osiride, Seth e Horus, che regnarono complessivamente per 13.900 anni, di cui Osiride fu il quinto sovrano.

I “Neteru“, dèi primordiali che colonizzarono l’Egitto, regnarono sulle terre del Nilo durante il cosiddetto “primo tempo”, lo “Zep Tepi” cioè in lingua egiziaca antica, quando questa terra era abitata sia appunto dai “Neteru” che da un’altra stirpe, gli “Urshu”.

Dopo questi grandi sovrani ci fu una seconda dinastia a governare l’Egitto e fu quella guidata da Toth, composta a sua volta da 12 faraoni di origine divina che governarono per più di 1.255 anni.

A questa stirpe ne seguì una di natura semidivina, che regnò per 1.817 anni. Altri trenta re regnarono complessivamente per 1.790 anni, poi altri dieci regnarono sulla sola Tebe per 350 anni, laddove oggi sorgono le città di Karnak e Luxor.

Infine, per 5.813 anni abbiamo l’ultimo periodo predinastico, quello in cui regnarono gli “Shemsu-Hor“, chiamati anche “Spiriti venerabili”, che venivano generalmente identificati con i “seguaci di Horus”, e il loro simbolo era il falco.

Diodoro Siculo (storico greco in Sicilia, 80-20 a.C.) riporta in dettaglio una cronaca complessiva risalente al 23.100 a.C., mentre lo storico Erodoto, nelle sue “Storie”, con i suoi 39.000 anni complessivi è quasi in accordo con quanto riportato nel “Papiro dei Re“, la fonte principale della storia dello “Zep Tepi”.

IL “PAPIRO DEI RE”

Frammenti del “Papiro Reale” conservati nel Museo egizio di Torino

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Papiro dei Re“, conosciuto anche come “Canone regio” o “Lista Reale” o anche come “Papiro di Torino”, è un documento risalente alla XIX dinastia egizia, scritto in ieratico – una scrittura geroglifica egiziana – durante il regno di Ramses II (1290 a.C. – 1224 a.C.).
Questo documento, appartenente alla collezione Drovetti, fu acquistato nel 1824 da Carlo Felice di Savoia. È stato esaminato e studiato attentamente da Champollion, Seiffarth e Giulio Farina.

In questo importante e antico papiro si leggono ben novanta nomi tra cui i primi dieci “Neteru” (le divinità principali del Pantheon egizio) che regnarono come faraoni in un paesaggio lussureggiante, dall’aspetto diametralmente opposto all’attuale landa arida e deserta.
Insieme ai loro nomi, sono indicati anche gli anni di regno di ciascuno, talvolta anche con i mesi e i giorni.
Segue l’elenco dei sovrani, dall’unificazione dell’Alto e Basso Egitto fino al momento della compilazione (durante la XIX dinastia) del papiro. Il riepilogo finale del documento menziona il regno dei “venerabili” Shemsu-Hor, della durata di 13.420 anni, mentre attribuisce 23.200 anni ai regni precedenti gli Shemsu, per un totale di 36.620 anni.

Purtroppo la solita autoreferenziale “accademia”, nata e sviluppatosi in seno alla cultura illuminista, assegna l’inizio della civiltà egizia partendo solo dal 3.100 a.C., non degnandosi minimamente di considerare neanche i nomi dei sovrani appartenuti ai periodi precedenti tale data.

Vista la quasi impossibilità di risalire ad ulteriori fonti di questa primigenia epoca dell’Antico Egitto, non potendo quindi avere accurate notizie della loro provenienza, considerando anche la poca documentazione giunta al riguardo fino ai giorni nostri, ora ci concentreremo sulle epoche successive a quella dello “Zep Tepi”, quando cioè l’Egitto era governato dagli “Shemsu-Hor”, ovvero dai compagni del dio Horus, una delle ultime dinastie semidivine prima dell’avvento dell’”ultima dinastia”, quella alla quale si attribuisce la comune storia dell’”Antico Egitto” (3.100 a.C. e seguenti).

GLI “SHEMSU-HOR”, I COMPAGNI DI HORUS

Sempre dal tempio di Edfu, scena di lotta tra i seguaci di Seth e quelli di Horus

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si può affermare senza tema di essere smentiti che i “Seguaci di Horus” rimangono uno dei più grandi e fitti enigmi per i ricercatori, gli storici e più in generale gli appassionati di egittologia che cercano di ricostruire la storia delle origini di questa antica civiltà.

L’egittologo Kurt Sethe individuò negli “Shemsu-Hor” gli antichi sovrani della città di Hierakompolis, la “Città del Falco”, nome greco dell’antica necropoli di Nekhen, e di Buto, un’antica località situata sul delta del Nilo a circa 20 km a nord di Sais, la cui storia è narrata in un papiro geroglifico di epoca romana che narra di tradizioni e leggende popolari.

Questi preistorici e misteriosi sovrani, secondo la tradizione egizia, sarebbero coloro che avrebbero affiancato il dio Horus nella battaglia contro Seth, nella località di Buto, per la conquista della corona del Basso Egitto.

Sulle pareti del tempio di Edfu è stato ritratto il resoconto di queste leggendarie battaglie. Nei dipinti i seguaci di Horus sono rappresentati su barche a vela armati di arpioni, mentre si scagliano contro i seguaci di Seth, rappresentati invece con ippopotami.

La vittoria di Horus e dei suoi compagni fece si che questi regnassero sull’Egitto dopo lo Zep Tepi, ovvero l’epoca in cui i Neteru (gli Dei) regnarono sulla Yerra, fino alla cosiddetta “Dinastia 0”.

Gli “Shemsu-Hor” avrebbero fatto rinascere la civiltà nel Basso Egitto nel nome dell’ultimo “Neteru” Horus, dio-falco figlio di Iside e Osiride in contrapposizione alla dominazione sviluppatasi nel Medio e Alto Egitto sotto i seguaci del dio Seth, nell’immagine a sinistra rappresentato con la testa di canide.

Alcuni studiosi credono che gli “Shemsu-Hor” siano appartenuti al gruppo di “el-Gerza”, antichi e misteriosi uomini dolicocefali (dal cranio allungato), dai capelli biondi (un attributo abbastanza inusuale per quelle latitudini) e dall’alta statura, considerati grandi guerrieri e incredibili costruttori, e che portarono progresso a partire proprio dal Basso Egitto (intendendo per Alto e Basso Egitto rispettivamente le zone di più remoto scorrimento del fiume Nilo e quella invece di vicinanza alla foce mediterranea).

La cultura gerzeana, dei seguaci cioè altissimi e biondi del dio Horus, si estese all’Alto Egitto partendo dal Basso. Scontrandosi e vincendo gli adepti di Seth, gli “horusiani” ottennero così la formazione di un unico regno, sul quale regnarono i successivi sovrani.

A tal proposito, lo studiosi tedesco Walter Belz sostiene che il famoso mito dello scontro tra Horus e Seth sia proprio la trasposizione leggendaria di antichissime battaglie avvenute realmente tra due sovrani predinastici che si affrontarono per estendere il rispettivo dominio e aggiudicarsi antichi territori.

 

 

Medio Regno, XII dinastia, dalla statua del faraone Sesostri: dettagli del trono raffiguranti Horus e Seth con il simbolo dell’unità dei due Paesi che composero l’Antico Egitto (Alto e Basso Egitto). Reperto proveniente dalla località di Al Lisht, ora esposto al Museo egizio del Cairo

Circa l’identità degli Shemsu, l’egittologo inglese Walter Bryan Emery (1902-1971) ha scritto che verso la fine del IV millennio a.C.,il popolo noto come “Shemsu-Hor” corrispondeva ad una precisa classe di aristocratici che governava l’intero Egitto.
L’egittologo e orientalista inglese Ernest Alfred Thompson Wallis Budge (1857- 1934), famoso soprattutto per aver lavorato per il British Museum e per aver pubblicato molte importanti opere sul vicino Oriente antico, ha offerto invece un’interpretazione propria e alquanto originale della questione, traducendo il nome di “Shemsu-Hor” con “fabbri di Horus“, al servizio del dio “Horus”, preferendola dunque a quella più diffusa di compagni (o seguaci) di Horus.

Nel tempio di epoca tolemaica di Hathor, a Dendera, ci sono iscrizioni che riportano di antichi eventi accaduti in epoche precedenti a quella di Pepi I, della VI dinastia, e che confermano l’esistenza di un tempio ancor più antico.
In particolare, sono state rinvenute in una cripta delle iscrizioni che menzionano un periodo pre-dinastico e i leggendari “Shemsu-Hor”.
Queste antiche iscrizioni ci dicono che furono proprio gli “Shemsu-Hor” a progettare il tempio, e la citazione riporta anche il particolare secondo cui fu il sovrano Thutmose III (1481 a.C. – 1425 a.C.) della XVIII dinastia a voler erigere l’edificio, avendo ritrovato nella città di Dendera degli antichi disegni del progetto eseguiti sia su un rotolo di pelle del periodo degli “Shemsu-Hor” sia una riproduzione del muro del lato sud già edificato in precedenza dal sovrano Pepi I.

LA “TOMBA 100”: PARTICOLARI

Riproduzione di W. Green raffigurante l’affresco di Nekhen (la “Tomba 100”) nel suo stato originario. Si notino le “navi” incagliate nella sabbia. Qui una raffigurazione ancora più grande dell’affresco. E’ probabile che le parti dipinte in arancio rappresentino acqua mentre quelle in giallo, dove si trovano le barche incagliate, siano sabbia o terra (più probabilmente sabbia)

 

Come accennato nell’articolo sul culto del toro, in una necropoli situata nell’antica città egizia di Nekhen chiamata successivamente dagli ellenici “Hierakonpolis” – la “città del falco” – fu rinvenuta una tomba chiamata la “Tomba 100“, e in alcuni frammenti di un dipinto posto originariamente nella tomba stessa – e relegati ora in una sala al piano superiore del Museo Egizio del Cairo, lontano dalla vista di curiosi, visitatori e turisti appassionati – sono rappresentate svariate scene di caccia e di guerra con la presenza di guerrieri che si danno battaglia; questi hanno le braccia aperte e dirigono gruppi di animali raccolti in una fila; vi è la presenza di sei grandi navi, cinque bianche e una nera, e di alcune donne prigioniere legate ed inginocchiate; ci sono anche altre scene di sanguinose battaglie tra due gruppi diversi di uomini, alcuni dipinti con la pelle bianca altri con la pelle più scura.

La questione più scottante – a parte l’allusiva “disposizione in disparte” dei resti del dipinto nel museo – è lo scopo e la provenienza di quelle imbarcazioni: che ci fanno delle navi incagliate nella sabbia, e soprattutto rappresentate in un monumento funerario, dunque indicative di qualcosa di importante riguardo alla provenienza probabilmente del defunto?

Anticipiamo alcune conclusioni: è probabile che si tratti di imbarcazioni fluviali, dunque dedicate alla navigazione sul fiume Nilo, che venivano smontate e rimontate per poter attraversare zone di terra non altrimenti superabili: e quali potevano essere queste zone di terra se non le coste adiacenti il Nilo e dunque quelle del Mar Rosso che portavano nel Vicino Oriente?

La “tomba 100” era la sepoltura di uno sconosciuto uomo appartenente alla preistoria egizia (3500 – 3200 a.C.) e doveva essere una persona importante se l’artista a cui era stata commissionata l’opera aveva voluto immortalare un momento decisivo della storia delle “Due Terre”.

Frammenti dell’affresco della “tomba 100” come conservato nel Museo egizio del Cairo. La parte in verde scuro nella parte bassa dovrebbe rappresentare acqua, dunque probabilmente – ma non certo – rappresenterebbe il Mar Mediterraneo.

Nell’affresco si vedono uomini armati di mazza che minacciano non solo animali: non ricordano queste rappresentazioni il tipico gesto di Narmer e dei faraoni, quello del re che colpisce il nemico? E lo stesso era l’atto distintivo dei Compagni di Horus? E non è anche la postura con cui viene rappresentato il dio Baal nelle statuette fenicie e babilonesi?

Secondo alcuni ricercatori questa scena rappresenterebbe proprio la leggendaria battaglia avvenuta nel delta del Nilo tra i sostenitori di Seth e i compagni di Horus per la conquista e l’unificazione delle due terre.

Come abbiamo visto, i seguaci di Horus furono indicati negli scritti e nelle tradizioni come semidèi, forse perché i loro antichissimi nomi non giunsero fino al tempo in cui furono compilate le prime “Liste Reali”, e le loro vicende sono un chiaro esempio in cui storia e leggenda si mescolano dando origine al “mito”.

CONCLUSIONE

Accenniamo ad alcune considerazioni conclusive: l’obbligo di far risalire la nascita dell’antica civiltà egizia non al 3.100 a.C., come comunemente viene fatto dalla storiografia di ascendenza illuminista, ma di “storicizzare” ed includere nella storia dell’Antico Egitto anche “altri” 27.000 anni finora dimenticati, che comprenderebbero il regno di decine di dèi e semidèi descritti nei monumenti calcarei o papiracei giunti fino a noi, dunque comprendendo il processo di unificazione dell’Antico Egitto frutto della lotta finale tra i precedenti abitanti dell’Alto Egitto seguaci del “dio” Seth e i nuovi adepti del biondo ed alto dio Horus, forse antico abitante, viste le sue caratteristiche fisiche e la confidenza con i mezzi di trasporto acquatico della sua stirpe, dall’antico continente perduto di iperborea (collocato nell’attuale Circolo polare artico) o dell’altra mitica terra di Atlantide.
Ci sono anche somiglianze tra la storia di Horus e quella di un altro “mitico” fondatore di civiltà antiche come Viracocha, che era allo stesso modo biondo e si muoveva a bordo di un’imbarcazione (questa volta senza remi, mentre quelle degli “horusiani” erano dotate di alte vele) e che avrebbe colonizzato il Centro e Sud America.

Infine, la lotta e l’inglobamento del regno di Seth in quello dei vincitori, i seguaci di Horus, ultimo discendente delle stirpi egizie di origine divina, potrebbe essere rimasto nella memoria collettiva degli egiziani – da cui non a caso viene fatta discendere “ufficialmente” la “storia” dopo la fine delle dinastie di ascendenza divina – a ricordare qualche epica “lotta”, forse storica appunto, tra differenti concezioni di civiltà, non solo egizia o relativa all’Antico Egitto. Forse di questo contrasto sarebbe rimasta traccia anche nella successiva cultura semitica coeva all’anno 0.

Tratto da http://www.immagineperduta.it

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I NEFILIM E LA SOVRANITÀ SULLA TERRA

Haran

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Se il Diluvio fu un’esperienza traumatica per il genere umano, non lo fu meno per i Nefilim e gli Anunnaki. Come affermano i testi sumeri, il Diluvio aveva “spazzato via” da un momento all’altro tutto il cammino compiuto in 120 shar. Le miniere sudafricane, le città mesopotamiche, il centro di controllo di Nippur, il porto spaziale di Sippar: tutto era ormai sepolto sotto valanghe di acqua e fango.

Dall’alto  i Nefilim attendevano con impazienza il momento in cui le acque sarebbero calate ed essi avrebbero potuto rimettere piede sulla terraferma. Poi, però, come avrebbero potuto sopravvivere sulla Terra, dal momento che le loro città, tutte le attrezzature erano ormai distrutte, e persino la manodopera – l’umanità – era stata totalmente cancellata?

Quando alla fine, spaventati, esausti e affamati, gruppi di Nefilim scesero a terra sulle vette del “Monte della salvezza”, scoprirono con gran sollievo che in realtà non tutti gli uomini e gli animali erano morti. Persino Enlil, dopo una prima reazione di collera al vedere che le cose non erano andate proprio secondo il suo volere, cambiò ben presto parere.

Di fronte alle gravi difficoltà in cui si trovavano, gli dèi dimostrarono subito un grande spirito pratico: mettendo da parte tutti i pregiudizi riguardo all’uomo, si rimboccarono le maniche e insegnarono rapidamente agli uomini rimasti tutto ciò che sapevano sull’arte di coltivare la terra e allevare il bestiame.

Poiché era chiaro che la sopravvivenza tanto dei Nefilim quanto del genere umano che già andava moltiplicandosi velocemente dipendeva soprattutto da un rapido sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento, i Nefilim non persero tempo e fin dall’inizio sfruttarono tutte le conoscenze scientifiche di cui disponevano. Ignari delle informazioni che potevano derivare dai testi biblici e sumerici, molti scienziati, studiando le origini dell’agricoltura, sono giunti alla conclusione che la sua “scoperta” da parte dell’umanità, avvenuta circa 13.000 anni fa, è da mettere in relazione con la mitezza climatica che seguì la fine dell’ultima era glaciale. Molto prima degli studiosi moderni, però, anche la Bibbia stabiliva un collegamento tra gli inizi dell’agricoltura e la fine del Diluvio.

“Semina e mietitura” vengono descritte dalla Genesi come doni divini concessi a Noè e alla sua discendenza come parte del patto stipulato tra la Divinità e il genere umano dopo il Diluvio:

Perché fin quando esisterà la Terra, non verranno mai meno la semina e la mietitura, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte.

Avendo ricevuto in dono la conoscenza dell’agricoltura, «Noè fu il primo contadino, e piantò una vigna». Egli divenne dunque il primo agricoltore dell’era post-diluviana, il primo a impegnarsi volontariamente in quella complessa attività che è la coltivazione della terra. Oltre all’agricoltura, secondo i testi sumerici, gli dèi concessero all’umanità il dono di saper allevare gli animali. Gli studiosi moderni, tuttavia, hanno appurato che la pratica agricola comparve sì per la prima volta nell’area medio orientale, ma non, come ci si aspetterebbe, nelle fertili pianure e vallate della regione, bensì tra le montagne che orlavano a semicerchio le pianure. Perché, dunque, i primi agricoltori evitarono le terre piane e si concentrarono nelle zone montuose, certamente meno agevoli? L’unica spiegazione plausibile è che, al tempo in cui nacque l’agricoltura, circa 13.000 anni fa, le terre basse non erano abitabili perché risentivano ancora dei postumi del Diluvio. Passarono millenni prima che pianure e vallate fossero abbastanza asciutte da permettere l’insediamento da parte di genti che provenivano dalle montagne circostanti la Mesopotamia.

E in effetti è proprio questo che ci dice la Genesi: molte generazioni dopo il Diluvio,genti provenienti “da est” – cioè dalle regioni montuose a oriente della Mesopotamia – «trovarono una piana nella terra di Shin’ar [Sumer] e vi si insediarono».

Leggi:  SUMER: LA MISTERIOSA TERRA DEGLI DÈI DELL’UNIVERSO

I testi sumerici ci dicono che Enlil diffuse i cereali dapprima “nella regione collinare” – e cioè tra le montagne, non in pianura – e che rese possibile la coltivazione tra i monti tenendo lontane le acque del Diluvio. «Fu come se sbarrasse le montagne con una porta». Il nome di questa terra montuosa a est di Sumer, E.LAM, significava “casa dove germinava la vegetazione”. In seguito, due degli aiutanti di Enlil, Ninazu e Ninmada, estesero la coltivazione dei cereali anche alle pianure, in modo che, alla fine, «Sumer, la terra che non conosceva il grano, arrivò a conoscerlo». Gli studiosi hanno ormai accertato che l’agricoltura nacque con l’addomesticamento di un cereale selvatico dal quale si ricavarono frumento e orzo; tuttavia non riescono a spiegarsi come mai già i primi cereali (per esempio quelli trovati nella grotta di Shanidar) fossero già uniformi e altamente specializzati.

terra sumer

La natura richiede migliaia di generazioni di selezione genetica perché una specie possa acquisire un livello minimo di sofisticazione; in questo caso, invece, non c’è alcuna traccia di un processo graduale e prolungato. Si tratta di una sorta di “miracolo” di genetica botanica, spiegabile solo se accantoniamo il concetto di selezione naturale e pensiamo invece a una manipolazione artificiale. La spelta, un tipo di frumento a grano duro, rappresenta un mistero ancora più grande.

Essa è infatti il prodotto di “una strana mescolanza di geni botanici”, non deriva dallo sviluppo di un’unica fonte genetica, né da una mutazione di essa: è proprio il risultato di un miscuglio di geni provenienti da diverse piante. Un discorso analogo vale anche per gli animali: come è possibile che l’uomo, in poche migliaia di anni, sia riuscito a modificare così profondamente gli animali attraverso l’addomesticamento?

Gli studiosi moderni non sanno risolvere questi enigmi, né, più in generale, sanno spiegare come mai il semicerchio montuoso dell’antico Medio Oriente divenne una fonte continua di varietà sempre nuove di cereali, piante, alberi, frutti, ortaggi e animali domestici.

I Sumeri, invece, avevano una risposta per tutto questo. I semi, per loro, erano un dono mandato sulla Terra da Anu: frumento,orzo e canapa giunsero sulla Terra dal Dodicesimo Pianeta. L’agricoltura e l’allevamento di animali domestici furono doni concessi al genere umano rispettivamente da Enlil e da Enki. Non soltanto la presenza dei Nefilim, ma anche il periodico avvicinarsi del Dodicesimo Pianeta alla Terra sembra stare alla base delle tre fasi cruciali della civiltà umana dopo il Diluvio: l’avvento dell’agricoltura (intorno all’11000 a.C), la cultura neolitica (circa 7500 a.C.) e l’improvvisa civiltà sorta verso il 3800 a.C. si verificarono tutti a intervalli di circa 3.600 anni. Si direbbe che i Nefilim, nel passare all’uomo la conoscenza “a piccole dosi”, lo fecero a intervalli che corrispondevano al periodico riavvicinarsi del  Pianeta Nibiru alla Terra; sembra quasi che, prima di far avanzare il genere umano di un altro gradino, fosse necessario un incontro preventivo fra tutti gli “dèi”, incontro che, come sappiamo, poteva avvenire solo quando il Dodicesimo Pianeta si trovava più vicino alla Terra. E in effetti, un testo chiamato Epica di Etana ci conferma che queste “riunioni” avvenivano davvero.

nibiru

Nei giorni che seguirono il Diluvio, I grandi Anunnaki che decretano il fato si sedettero e si scambiarono opinioni su quella terra. Essi, che crearono le quattro regioni, che fondarono gli insediamenti, che sovraintendevano alla terra, erano troppo in alto per l’umanità.
I Nefilim, dunque, erano giunti alla conclusione che avevano bisogno di un intermediario tra loro stessi e la massa degli umani. Come ponte tra gli dèi (elu in accadico) e l’umanità introdussero la figura di un “sovrano” sulla Terra: un essere umano che avrebbe avuto il compito di assicurare agli dèi i servigi degli uomini e di far arrivare al popolo gli insegnamenti e le leggi degli dèi. Un testo che tratta di questo argomento afferma che, prima che venisse posta la prima corona sulla testa di un umano, la corona, lo scettro e anche il pastorale – simbolo di giustizia e rettitudine – «si trovavano davanti ad Anu, nel Cielo».

Quando poi gli dèi presero la loro decisione, «la Sovranità  scese dal Cielo» sulla Terra. Tanto i testi sumerici quanto quelli accadici affermano che i Nefilim mantennero comunque la “signoria” sulle terre, e che anzitutto ordinarono all’umanità di ricostruire le città nell’esatto punto e con la stessa pianta che avevano prima di essere travolte dal Diluvio: «I mattoni di tutte le città siano posati nei luoghi consacrati, che tutti i mattoni siano posati nei luoghi santi». Eridu fu la prima a essere ricostruita. Quindi i Nefilim aiutarono il popolo a progettare e costruire la prima città reale, e la benedirono. «Possa questa città essere il nido, il luogo dove l’umanità potrà riposare. Possa il re essere un Pastore».

La prima città regale dell’umanità, ci dicono i testi sumerici, fu Kish. «Quando la Sovranità scese di nuovo dal Cielo, essa fu a Kish. Gli elenchi sumerici dei re sono purtroppo alquanto danneggiati e perciò non conosciamo il nome del primissimo re che regnò sulla Terra. Sappiamo, però, che esso fu l’iniziatore di lunghissime linee dinastiche che ebbero sede in città diverse: da Kish a Uruk, Ur, Awan, Hamazi, Aksar, Akkad, fino ad Assur, Babilonia e alle capitali più recenti.

Anche la biblica Tavola delle Nazioni parla di Nimrud – il patriarca dei regni di Uruk, Akkad, Babilonia e Assiria – come di un discendente di Kish. Essa racconta la diffusione del genere umano, le sue terre e i suoi regni, rapportandola alla divisione dell’umanità in tre rami, dopo il Diluvio.

Discendenti dai tre figli di Noè, da cui presero il nome, i tre popoli erano quelli di Sem, che abitavano in Mesopotamia e nelle terre del Vicino Oriente; di Cam, che abitavano in Africa e parte dell’Arabia; e di Jafet, gli indoeuropei stanziati in Asia Minore, Iran, India ed Europa. Questi tre ampi raggruppamenti di popoli erano senza dubbio tre delle “regioni” la cui colonizzazione fu oggetto di discussione tra i grandi Anunnaki elohim. Ognuno dei tre fu assegnato a una delle divinità principali.

anunnaki

Una di queste era, naturalmente, Sumer, la regione del popolo semitico, il luogo dove sorse la prima grande civiltà dell’uomo. Anche le altre due divennero però culla di fiorenti civiltà. Intorno al 3200 a.C. – circa mezzo millennio dopo la fioritura della civiltà sumerica – i concetti di Stato, di sovranità, di civiltà fecero la loro comparsa nella valle del Nilo, costituendo il punto di partenza di quella che sarebbe diventata la grande civiltà egizia. Fino a una cinquantina di anni fa non si sapeva nulla della prima grande civiltà indoeuropea. Oggi, invece, è ormai accertato che una civiltà decisamente avanzata, con grandi città e fiorenti attività agricole e commerciali si formò in epoca antichissima nella valle dell’Indo. Essa nacque, secondo gli studiosi, circa mille anni dopo l’inizio della civiltà sumerica.

Antiche testimonianze scritte e prove archeologiche attestano gli stretti legami culturali ed economici tra queste due civiltà sorte nelle valli di due grandi fiumi e la più antica civiltà sumerica. Più specificamente, anzi, quasi tutti gli studiosi sono ormai convinti che le civiltà del Nilo e dell’Indo non solo erano legate all’antica civiltà mesopotamica, ma addirittura derivavano da questa. Si è scoperto, per esempio, che i più imponenti monumenti dell’antico Egitto, le piramidi, sotto una copertura di pietra non erano altro che “simulazioni” degli ziggurat mesopotamici; e vi è ragione di credere che l’ingegnoso architetto che progettò le grandi piramidi e ne supervisionò la costruzione fosse un sumerico venerato come un dio (figura 162).

L’antico nome con cui gli Egizi chiamavano il loro territorio era “Terra alzata”, perché, in origine, quando “un dio molto potente arrivò nei tempi antichi”, trovò la loro terra sepolta sotto una coltre di acqua e fango. Intraprese allora una grandiosa opera di bonifica, “alzando” letteralmente l’Egitto dallo strato d’acqua.

La “leggenda” descrive con chiarezza la valle del Nilo sommersa dopo il Diluvio; e si può dimostrare che questo dio antico altri non era che Enki, il “capo ingegnere” dei Nefilim.

Quanto ai popoli della valle dell’Indo, sebbene se ne sappia ancora relativamente poco, è certo che anch’essi veneravano il numero dodici come supremo numero divino; che raffiguravano i loro dèi come esseri dalle sembianze umane con in testa copricapi ornati di corna; e che adoravano il simbolo della croce – il segno, cioè, del Dodicesimo Pianeta

Se dunque queste due civiltà erano entrambe di origine sumerica, perché avevano lingue diverse? La risposta della scienza è che, in realtà, le loro lingue non erano affatto diverse. Fin dal 1852 il reverendo Charles Foster (The One Primeval Language, «La vera e unica lingua primordiale») dimostrò che tutte le antiche lingue fino a quel momento decifrate, compreso l’antico cinese e altre lingue dell’Estremo Oriente, derivavano da un’unica fonte, che in seguito si rivelò essere il sumerico.

Pittogrammi simili avevano non soltanto significati simili – il che poteva essere una coincidenza logica – ma anche gli stessi significati multipli e persino gli stessi suoni fonetici: tutto ciò non può che indicare un’origine comune. Più recentemente, gli studiosi hanno dimostrato che le prime iscrizioni egizie utilizzavano una lingua che rappresentava chiaramente una tappa evolutiva di una scrittura precedente: l’unico luogo dove una lingua scritta aveva avuto uno sviluppo precedente era Sumer.

Abbiamo così un’unica lingua scritta che per qualche ragione si differenziò in tre lingue: mesopotamico, egizio/camitico e indoeuropeo. Una tale differenziazione potrebbe essersi prodotta da sé, nel tempo, a causa della distanza geografica tra le regioni interessate. E tuttavia i testi sumerici dicono che essa avvenne come risultato di un preciso atto volontario degli dèi, avviato ancora una volta da Enlil. I racconti sumerici sull’argomento riecheggiano il ben noto episodio biblico della Torre di Babele, secondo il quale un tempo «tutta la Terra usava la stessa lingua e le stesse parole».

Dopo essersi stanziati a Sumer, però, gli uomini cominciarono a imparare l’arte di costruire edifici e città, elevarono alte torri (ziggurat) e progettarono di costruire uno shem e una rampa di lancio per esso. Perciò «il Signore confuse la lingua della Terra». La bonifica dell’Egitto e il suo “sollevamento” dalle acque fangose, le prove linguistiche e il contenuto dei testi sumerici e biblici rafforzano la nostra conclusione che le due civiltà satelliti non sorsero per caso; al contrario, la loro nascita fu progettata e avviata per decisione dei Nefilim. Temendo, evidentemente, una razza umana unificata per cultura e obiettivi, i Nefilim adottarono la politica imperiale: «Divide et impera» («Dividi e governa»). In effetti, mentre l’umanità stava raggiungendo livelli culturali che la portavano addirittura a tentativi di volo – dopodiché «qualunque cosa essi vorranno fare non sarà più impossibile per loro»

Nel III millennio a.C, nipoti e pronipoti, per non parlare degli umani di discendenza divina, si accalcavano ormai attorno agli antichi, grandi dèi fino a soffocarli. L’aspra rivalità tra Enlil ed Enki fu ereditata dai loro principali figli, e ne seguirono feroci lotte per la supremazia.

Anche i figli di Enlil – come abbiamo visto nei capitoli precedenti – combatterono fra loro, come del resto fecero quelli di Enki. Analogamente a quanto sarebbe avvenuto in seguito, nella storia documentata, i sovrani cercarono di assicurare la pace tra i loro figli dividendo le terre tra gli eredi. In almeno un caso conosciuto, uno dei figli (Ishkur/Adad) fu deliberatamente allontanato da Enlil e divenne la divinità principale della Terra delle Montagne. Con il passare del tempo, gli dèi divennero veri sovrani, ognuno gelosamente a guardia del territorio, dell’attività o della professione che gli erano stati assegnati. I re umani erano degli intermediari tra gli dèi e l’umanità che via via cresceva e si diffondeva.

Le affermazioni dei re antichi secondo le quali quando andavano in guerra, conquistavano nuove terre o soggiogavano popoli lontani lo facevano “per ordine del mio dio” non vanno prese alla leggera: dai testi, infatti, sappiamo che era davvero così. Gli dèi continuarono ad occuparsi di tutto ciò che aveva a che fare con gli affari esteri, poiché queste faccende coinvolgevano altri dèi in altri territori. E, naturalmente, avevano sempre l’ultima parola in materia di guerra e di pace. Con la proliferazione di popoli, stati, città e villaggi, divenne necessario trovare il modo di ricordare a ogni popolo qual era il suo particolare dio, il suo signore.

Nell’Antico Testamento si avverte un’eco di questo problema quando si invoca la necessità che la gente veneri il proprio dio e «non si prostituisca ad altri dèi».

La soluzione fu quella di fondare più luoghi di culto, collocando in ognuno il simbolo e le immagini degli dèi “giusti”. Era così cominciata l’era del paganesimo.
Dopo il Diluvio, ci informano i testi, i Nefilim tennero lunghe riunioni per decidere del futuro di dèi e uomini sulla Terra. Il risultato fu la creazione di “quattro regioni”, tre delle quali – Mesopotamia, valle del Nilo e valle dell’Indo – furono abitate dall’uomo. La quarta regione era “sacra” – un termine che originariamente significava “dedicato, riservato”. Dedicata, dunque, ai soli dèi, era una “terra pura”, un’area alla quale non ci si poteva avvicinare senza autorizzazione; se qualcuno vi fosse entrato, sarebbe andato incontro a una rapida morte attraverso “armi terribili” impugnate da feroci guardiani.

Questa regione si chiamava TIL.MUN (letteralmente, “il luogo dei missili”) ed era il posto dove i Nefilim avevano ricostruito la loro base dopo che quella di Sippar era stata spazzata via dal Diluvio. Di nuovo la regione fu posta sotto il comando di Utu/Shamash, il dio preposto ai raggi fiammeggianti. Antichi eroi come Gilgamesh cercarono di arrivare a questa “Terra della Vita” per poter essere trasportati, a bordo di uno shem o di un’Aquila, alla dimora celeste degli dèi. Ricordiamo la supplica di Gilgamesh a Shamash:

Fammi entrare nella Terra, fammi innalzare il mio Shem… Per la vita della dea madre che mi partorì, del puro, fedele re, mio padre – guida i miei passi verso quella Terra.

 

Leggende antiche, ma anche avvenimenti storicamente accertati, richiamano gli incessanti sforzi dell’uomo per “raggiungere quella terra”, trovare la “pianta della vita”, ottenere la beatitudine eterna tra gli dèi del Cielo e della Terra. Questo desiderio è il fulcro di tutte le religioni che affondano le loro radici a Sumer: la speranza che, come premio per una vita vissuta all’insegna della giustizia e della rettitudine, vi sia un aldilà in una divina “dimora celeste”. Ma dove si trovava questa terra così sfuggente, che fungeva da legame tra uomini e dèi? Si può rispondere a questa domanda. Le indicazioni non mancano. Ma la risposta implica altre domande. Dopo gli avvenimenti narrati in questo articolo, si è venuti in contatto con i Nefilim altre volte? Che cosa succederà quando si ripresenteranno di nuovo? E se davvero i Nefilim furono gli “dèi” che “crearono” l’uomo sulla Terra, fu soltanto l’evoluzione, là sul Dodicesimo Pianeta, a creare i Nefilim?

A cura di Universo7p

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Antichi Astronauti

Pilota della US Navy racconta di una “Antica Città Aliena” trovata in Antartide!!

Haran

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Il 2 Gennaio 2015,  la ricercatrice UFO Linda Moulton-Howe (editore del sito web earthfiles.com) ha ricevuto una lettera inaspettata da un presunto ingegnere in pensione della US Navy, ex Sottufficiale di volo in prima classe.

La lettera che ha ricevuto Linda,  racconta le esperienze in cui l’ufficiale anonimo della US NAVY (si riferisce a se stesso come “Brian” ) racconta le sue esperienze bizzarre e straordinarie di svariati salvataggi e di voli con gli aerei in Antartide, avvenute tra gli anni 1983 e il 1997. “Brian” sostiene che è a conoscenza di una collaborazione che esiste tuttora, tra umani e alieni e che l’Antartide è un importante sede e campo di ricerca per queste collaborazioni incredibili.

No Fly Zone Aliena

Come detto sopra, le esperienze di Brian e dei suoi voli in operazioni di salvataggio e oeprazioni di supporto e ricerca per conto della Us Navy in Antartide,  sono avvenuti nel periodo 1983-1997 e alcune di queste operazioni comprendeva diverse osservazioni di dischi volanti di colore argenteo, che sorvolavano  a forte velocità le montagne Transantartiche. Lui e il suo equipaggio avrebbero visto anche antiche rovine di una città  Aliena e un grande buco nel ghiaccio a circa cinque – dieci miglia dal Polo Sud geografico (cerchio rosso sulla mappa) e che quest’area geografica doveva essere una No Fly Zone, ovvero una zona di non sorvolo da parte degli aerei dell’USAF e della Us Navy.

mappa base aliena

Ma durante una situazione di emergenza Brian racconta di essere entrato con tutto l’equipaggio dell’aereo all’interno della No Fly Zone Aliena e di aver visto quello che non avrebbero dovuto vedere: un ingresso di una base di ricerca scientifica umano-aliena creata sotto il ghiaccio. Poi in un campo nei pressi della Marie Byrd Land,  una dozzina di scienziati sono scomparsi per due settimane e quando sono riapparsi, equipaggio di volo di Brian ha ottenuto il consenso da parte della Us Navy di recuperarli. Brian dice che il team di scienziati non parlavano, erano muti e scioccati – “le loro facce sembravano spaventate” – racconta Brian nella lettera inviata a Linda.

Brian ha deciso di condividere quello che ha vissuto in quegli anni,  nella seguente lettera, riprodotta integralmente qui di seguito dalla ricercatrice Linda M. Howe:

A: earthfiles@earthfiles.com 
Oggetto: Antarctica UFO 
Data: 2 Gennaio 2015

“Ciao Linda,
sono un pensionato ingegnere aeronautico della Marina degli Stati Uniti, pilota di un aereo LC 130 che si è ritirato dopo 20 anni di servizio nel 1997. Ho avuto voglia di scrivere a lei dopo aver meditato per un lungo periodo di tempo, ed ecco quindi la mia decisione di scriverle e raccontarle la mia esperienza sul continente antartico, testimone di avvistamenti di dischi volanti e di cui mi è stato detto di non parlare. Ho servito il mio paese nei miei 20 anni in marina con un squadrone chiamato Antartic Development Squadron Sei o VXE-6 come era anche conosciuto. Ho operato con questo squadrone dal 1983, poi mi sono ritirato nel mese di marzo del 1997. Essendo un ingegnere di volo, ho potuto volare per più di 4000 ore in tale veste e ho visto cose che la maggior parte delle persone non possono nemmeno immaginare, di ciò che si trova sul continente dell’Antartide.

Development Squadron Sei o VXE-6

Equipaggio della Us Navy – Development Squadron Six o VXE-6

“La terra ci sembra più estranea quindi terrena. Le nostre operazioni di questa terra ghiacciata hanno avuto inizio a fine settembre e si è conclusa alla fine di febbraio di ogni anno fino a quando lo squadrone è stato dismesso nel 1999.

Durante il mio servizio nella squadra, ho volato per quasi ogni parte del continente antartico tra cui il Polo Sud per più di 300 volte. La stazione McMurdo, che si trova a di 3,5 ore di volo dalla stazione del Polo Sud, è stata il posto base dello squadrone durante le nostre operazioni annuali. Tra queste due stazioni vi è una catena montuosa chiamata Trans antartica. Con quello che abbiamo chiamato Severe Clear, ovvero il tempo che si va da McMurdo al Polo Sud,  sono visibili da altitudini di volo a circa 25.000 – 35.000 piedi la catena montuosa della Trans antartica. In diverse voli da e per la base McMurdo-Polo Sud, l’equipaggio ha visto veicoli non identificati, ovvero, dischi volanti che sfrecciavano intorno alle cime delle Trans antartica, quasi esattamente nello stesso punto ogni volta che si volava tra questa zona. Questo è molto insolito per il traffico aereo laggiù,  a causa del fatto che gli unici aerei in volo sul continente,  erano i nostri, ovvero quelli dello squadrone VXE-6. Ogni aeromobile sapeva dove l’altro aereo doveva eseguire il suo piano volo.”

Vintage-LC-130

“Un altro problema unico con la stazione del Polo Sud è che il nostro aereo non è stato mai permesso di volare sopra una certa area che si trovava a 5 miglia dalla stazione Mc Murdo. Il motivo dichiarato era a causa di una zona di campionamento dell’aria in quella coordinata. Questo non ha alcun senso per nessuno di noi della troupe, perché in 2 occasioni diverse abbiamo dovuto volare sopra questa zona. Una volta a causa di una evacuazione medica del campo australiano chiamato Davis Camp. E ‘stato sul lato opposto del continente e abbiamo dovuto fare rifornimento al Polo Sud e l’aerea di volo era diretta a Davis Camp passando proprio sopra la stazione di campionamento dell’aria. L’unica cosa che abbiamo visto passando raramente oltre questo campo,  era un grande buco nel ghiaccio, come se ci fosse l’entrata di una enorme base. Si potrebbe volare con uno dei nostri LC130 sopra questa cosa.

E ‘stato dopo questa missione che siamo stati richiamati e informati  da agenti dell’intelligence provenienti da Washington DC, che ci hanno detto di non parlare di questa zona, quella che abbiamo sorvolato e dove si vede il grande buco nel ghiaccio.”

“Una volta ci siamo avvicinati con la’ereo al “The air sampling Camp”- la zona di campionamento dell’aria – ma abbiamo avuto alcuni guasti elettrici sul velivolo, delle misteriose anomalie. Poi mi è stato detto di partire immediatamente da questa zona e riferire al nostro comandante di squadrone appena tornati a McMurdo. Inutile dire che il nostro pilota (il comandante pilota del LC130) è stato mandato via, esonerato dall’incarico della missione come anche il nostro equipaggio. Quindi tutti via dal Polo Sud per oltre un mese. C’erano altre volte in cui abbiamo visto cose che erano fuori dal comune.

In un campo periferico vicino a Marie Byrd Land abbiamo lasciato alcuni scienziati e le loro attrezzature. Rimanendo sempre in comunicazione con McMurdo per 2 settimane. Il nostro equipaggio ha volato di nuovo al campo per scoprire se gli scienziati erano a posto con le provviste e se era tutto ok. Ma stranamente non abbiamo trovato nessuno lì dove li avevamo lasciati e nessun segno di qualsiasi loro presenza. La radio era attiva e ho provato a chiamare McMurdo per verificare che funzionasse correttamente. Abbiamo lasciato il campo e tornati a McMurdo come ordinato dal nostro Comandante. Una settimana dopo, uno scienziato ha comunicato a Mc Murdo di tornare di nuovo fino al campo per andarli a prendere. Appena caricato il team di scienziati, tutti erano muti, non parlavano all’equipaggio dell’aereo e sembravano spaventati.”

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“Non appena siamo atterrati a McMurdo, gli scienziati sono stati messi su un altro dei nostri aerei parte dello squadrone e portai via in volo verso Christchurch in Nuova Zelanda. Non abbiamo mai sentito parlare di nuovo di loro, spariti completamente. La loro attrezzatura che abbiamo portato indietro dal campo è stata messo in quarantena e rispedita negli Stati Uniti, scortata dagli stessi agenti dell’Intelligence che ci avevano interrogato circa il nostro volo sopra la zona del campionamento di aria dove appunto c’è il grande buco nel ghiaccio. Potrei andare avanti e su molte cose e altre situazioni che ho osservato durante il mio tour con il VXE-6. Molto spesso abbiamo avuto delle discussioni tra gli equipaggi di volo sulle basi UFO al Polo Sud e alcuni membri dell’equipaggio avevano sentito da alcuni degli scienziati che in quella zona, dove si trova il camipnamento d’aria e il grande buco, che ci sono EBE (Entità Biologiche Extraterrestri) che lavorano e interagiscono con gli scienziati. Si tratta di una enorme base aliena dove gli Umani vi collaborano.”

documento Brian

Brian, dell’età di 60 anni, si è laureato in un college dell’Iowa con il grado di Ingengnere con la specializzazione in Tecnologia di manutenzione aeronautica e un certificato di aviazione. Nel 1977, siè  poi arruolato nella Marina degli Stati Uniti ed è stato per venti anni in servizio fino al suo pensionamento nel 1997. Ha fornito documenti al sito di Earthfiles della ricercatrice Multon Howe, con i suoi documenti DD-214 e altri certificati di servizio tra cui la Medaglia al valore dell’Antarctic Service Medal, conferita a lui il 20 novembre 1984 come prova del suo periodo in servizio. Non ci sembra che ci siano molti segreti nascosti nel continente Antartico e ci sono molte storie diverse che escono fuori grazie al personale militareche dopo anni e anni di silenzio forzato, hanno deciso di rivelare informazioni su Basi Aliene in quella parte del mondo!

Via Segnidalcielo

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Antichi Astronauti

La Bibbia, le macchine volanti e come Enoch e il profeta Elia furono “portati ai cieli”

Haran

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Quando leggi i testi scritti migliaia di anni fa e li trovi menzionare carri di fuocofuocofumo e esseri misteriosi, non puoi fare a meno di chiedersi se gli antichi stessero parlando o meno di visite aliene.

Gli autori che di solito sono convinti dell’esistenza di una visita aliena scritta in importanti opere letterarie come la Bibbia sostengono che la storia è trasmessa parzialmente, e che parti importanti dei testi antichi sono state completamente omesse.

In questo articolo, diamo un’occhiata a tre personaggi biblici importanti che sembrano aver avuto contatti con esseri extraterrestri durante la loro vita.

Due di loro, secondo il testo sacro, furono portati via in cielo e non tornarono più sulla Terra.

Il terzo, Ezechiele, è stato testimone di ciò che molti ritengono sia la prova definitiva di “astronavi” che arrivano sulla Terra migliaia di anni fa:

“4 Ho guardato, e ho visto una tempesta che veniva dal nord: un’immensa nuvola con lampi lampeggianti e circondata da una luce brillante. Il centro del fuoco sembrava metallo incandescente, “5  e nel fuoco c’erano quelle che sembravano quattro creature viventi. In apparenza la loro forma era umana … ”

Enoch: Antichi astronauti … Rapimenti?

 

Il patriarca Enoch (Gen 17,18: 24) e il profeta Elia (Re 2:13) sono menzionati come se fossero stati portati nei cieli.

Troviamo prove scritte su come il profeta Elia fu rapito da “un carro di fuoco“.

Mentre leggiamo questi incredibili racconti storici, troviamo innumerevoli domande con poche o nessuna risposta.

Dove sono andati Enoch ed Elia? Perché sono scomparsi misteriosamente e senza lasciare traccia? Che cosa vide e descrive Ezechiele esattamente?

E c’è anche una remota possibilità che la Bibbia provi, in un modo o nell’altro, l’esistenza dell’Antico contatto alieno?

Diamo un’occhiata a Enoch e alla sua misteriosa scomparsa menzionata in Genesi 5: 18:24.

Passiamo alla Bibbia CEI e vediamo cosa è stato scritto in passato.

Dio prende Enoch

18  Iared aveva centosessantadue anni quando generò Enoch;

19 Iared, dopo aver generato Enoch, visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie.

20 L’intera vita di Iared fu di novecentosessantadue anni; poi morì.

21 Enoch aveva sessantacinque anni quando generò Matusalemme.

22 Enoch camminò con Dio; dopo aver generato Matusalemme, visse ancora per trecento anni e generò figli e figlie.

23 L’intera vita di Enoch fu di trecentosessantacinque anni.

24 Poi Enoch cammino con Dio e non fu più perché Dio l’aveva preso.

Genesi 5: 24 è di fondamentale importanza in quanto indica chiaramente che Dio ha portato via Enoch. Non menziona Enoch morto. Menziona che era, in qualche modo, rapito.

Questo è davvero importante perché possiamo vedere in Genesi 5 3:23 che Adamo, che era vissuto per il 930, morì. Seth, il figlio di Adamo visse per 912 anni e morì. Si crede che Enosh, figlio di Seth, abbia vissuto per 905 anni e sia morto.

Fino alla fine di Enoch, (Genesi 5:24) i discendenti di Adamo morirono dopo aver vissuto una vita estremamente longeva. Tuttavia, Enoc non morì, come è scritto nella Genesi: ” Enoc camminava fedelmente con Dio; poi non era più perché Dio lo aveva portato via. ”

La domanda rimane, dove è andato? Dove è stato portato Enoch? E chi lo ha portato via? Era davvero Dio?

La scomparsa del profeta Elia

Se diamo un’occhiata a 2 Re 2:13 troveremo un’altra storia incredibile.

Di nuovo ci rivolgiamo alla Bibbia CEI per vedere cosa è stato scritto in passato.

Elia, portato in cielo

1 Poi, volendo Dio rapire in cielo in un turbine Elia, questi partì da Gàlgala con Eliseo.

2 Elia disse a Eliseo: «Rimani qui, perché il Signore mi manda fino a Betel». Eliseo rispose: «Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò». Scesero fino a Betel.

3 I figli dei profeti che erano a Betel andarono incontro a Eliseo e gli dissero: «Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone?». Ed egli rispose: «Lo so anch’io, ma non lo dite».

4 Elia gli disse: «Eliseo, rimani qui, perché il Signore mi manda a Gerico». Quegli rispose: «Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò». Andarono a Gerico.

5  I figli dei profeti che erano in Gerico si avvicinarono a Eliseo e gli dissero: «Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone?». Rispose: «Lo so anch’io, ma non lo dite».

6  Elia gli disse: «Rimani qui, perché il Signore mi manda al Giordano». Quegli rispose: «Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò». E tutti e due si incamminarono.

7 Cinquanta uomini, tra i figli dei profeti, li seguirono e si fermarono a distanza; loro due si fermarono sul Giordano.

8 Elia prese il mantello, l’avvolse e percosse con esso le acque, che si divisero di qua e di là; i due passarono sull’asciutto.

9 Mentre passavano, Elia disse a Eliseo: «Domanda che cosa io debba fare per te prima che sia rapito lontano da te». Eliseo rispose: «Due terzi del tuo spirito diventino miei».

10 Quegli soggiunse: «Sei stato esigente nel domandare. Tuttavia, se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te, ciò ti sarà concesso; in caso contrario non ti sarà concesso».

11 Mentre camminavano conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo.

12 Eliseo guardava e gridava: «Padre mio, padre mio, cocchio d’Israele e suo cocchiere». E non lo vide più. Allora afferrò le proprie vesti e le lacerò in due pezzi.

Le informazioni di cui sopra possono essere interpretate in diversi modi.

Da un punto di vista degli antichi astronauti, sembra chiaro che potremmo aver appena letto su tecnologie male interpretate. Cose che persone migliaia di anni fa non capivano, e quindi attribuite a Dio l’Onnipotente.

Da un punto di vista biblico, tuttavia, ci sono importanti dettagli da considerare.

Perché Enoch è scomparso?

Perché è stato prelevato dalla Terra? Non è morto, quindi dove è andato?

Per rispondere a queste domande, gli studiosi della Bibbia sostengono che dobbiamo tenere presente che questo specifico patriarca è il settimo della lista dei discendenti di Adamo.

Il numero sette è una figura simbolica nella Bibbia che significa “perfezione”. Secondo Biblestudy.org ,

Usato 735 volte (54 volte nel solo libro di Rivelazione), il numero 7 è il fondamento della parola di Dio. Se includiamo con questo conteggio quante volte viene usato ‘sevenfold’ (6) e ‘settimo’ (119), il nostro totale salta a 860 riferimenti. Sette è il numero di completezza e perfezione (sia fisica che spirituale). Deriva molto del suo significato dall’essere legato direttamente alla creazione di Dio di tutte le cose. Secondo alcune tradizioni ebraiche, la creazione di Adamo avvenne il 26 settembre 3760 aC (o il primo giorno di Tishri, che è il settimo mese del calendario ebraico). La parola “creato” viene usata 7 volte per descrivere l’opera creativa di Dio (Genesi 1: 1, 21, 27 tre volte; 2: 3; 2: 4). Ci sono 7 giorni in una settimana e God’s Sabbath è il 7 ° giorno.

Si ritiene che coloro che componevano l’elenco genealogico dei discendenti di Adamo erano i sacerdoti di Gerusalemme, che erano estremamente attaccati al simbolismo, motivo per cui davano grande importanza ai numeri e allo studio della numerologia.

Il settimo Patriarca era qualcuno che doveva essere in un certo modo perfetto, pulito, ed è per questo che si dice che Dio abbia portato Enoc nei cieli in modo che non si contaminasse con la malvagità dell’uomo sulla Terra.

La storia del profeta Elia potrebbe essere ancora più affascinante. Come la storia ci dice, quando Elia prevedeva che la sua morte era vicina, camminò sulle rive del fiume Giordano in compagnia del suo discepolo Eliseo.

All’improvviso, dal nulla, un carro celeste con cavalli di fuoco scese dal cielo, raccolse Elia e scomparve nel cielo, davanti allo stupore di Eliseo e di altri che assistettero al fenomeno ultraterreno.

Materiale di lettura aggiuntivo: Visione di Ezechiele e il Carro di fuoco

via Ufo e Alieni

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